Il 59% dei lavoratori sceglie il posto di lavoro anche in base alla compliance della politica salariale. Si sale al 62% nel caso delle donne e al 64% dei lavoratori delle piccole imprese
Milano, 11 maggio 2026 – In Italia, sei lavoratori su dieci dichiarano di non sapere cosa prevede la Direttiva europea sulla trasparenza retributiva e quali nuovi diritti introdurrà a partire da giugno. Un dato che racconta più di una semplice carenza informativa: fotografa una distanza ancora marcata tra ciò che le aziende formalizzano e ciò che le persone realmente percepiscono.
È quanto emerge dall’edizione 2026 di “HR & Payroll Pulse”, la ricerca condotta da SD Worx, principale fornitore europeo di soluzioni HR e payroll, su un campione di 16.500 lavoratori e 5.936 responsabili HR in sedici Paesi europei.
Retribuzioni: per un lavoratore su tre non sono adeguate
Guardando alla propria busta paga, solo il 37% dei lavoratori italiani ritiene che la retribuzione sia proporzionata alle mansioni svolte, mentre il 34% la considera inadeguata e quasi uno su tre assume una posizione neutra.
La percezione migliora lievemente se il confronto avviene con colleghi in ruoli simili, ma resta comunque bassa: solo il 44% parla di equità retributiva interna a prescindere dal genere e dal ruolo. Si scende al 40% nel caso delle donne e al 35,5% dei dipendenti 45-49enni. In Europa la percentuale media (uomini e donne) è maggiore: 52%. Spiccano in positivo Irlanda (63%), UK a pari merito con la Finlandia (60%) e Paesi Bassi (57%).
Più ottimista la visione dei datori di lavoro: il 63% italiano è convinto di offrire una retribuzione giusta ai propri dipendenti. Percentuale che sale fino al 73% in Irlanda e Norvegia, al 72% nel Regno Unito e al 70% nei Paesi Bassi. In media, però, il 13% delle aziende europee, così come di quelle italiane, riconosce esplicitamente di non garantire una retribuzione pienamente equa.
Trasparenza retributiva: più promessa che realtà
La Direttiva UE sulla trasparenza retributiva nasce con l’obiettivo di colmare il gender pay gap e garantire criteri salariali chiari, accesso alle informazioni e misure correttive concrete. Ma per molti lavoratori italiani, oggi, questi principi restano astratti.
Solo il 40% dei dipendenti italiani afferma di conoscere la normativa, un dato che diminuisce sia tra gli under 25 (al 37%) che tra i 50-54enni (34%).
Ancora più evidente il divario tra intenzioni e prassi: solo il 32% dei lavoratori percepisce un impegno reale da parte della propria azienda nel monitorare e correggere le disuguaglianze salariali.
La distanza si amplia ulteriormente guardando alla lente di genere: tra le donne, la fiducia scende al 26%, uno dei dati più bassi in Europa.
Le aziende si sentono più pronte di quanto i lavoratori vedano
Dal lato imprese, il quadro appare decisamente più ottimistico. Solo una su dieci ammette di non avere ancora intrapreso misure concrete o sufficienti per essere pienamente conformi, il 27% si considera solo parzialmente conforme, mentre il 64% delle organizzazioni italiane si dichiara pronto per la trasparenza retributiva. Percentuale che sale al 71% tra le aziende con più di 1.000 dipendenti. Fotografia che appare molto simile a quella della media europea. Il Paese che in generale dichiara di essere più pronto è la Norvegia (70%), mentre quello meno preparato è la Croazia (51%).
Eppure, in Italia, solo il 23% delle aziende mette a disposizione strumenti concreti – come dashboard o sistemi strutturati – che permettano ai lavoratori di comprendere davvero le politiche salariali. Nelle PMI sotto i 100 dipendenti, il dato crolla al 6%.
“La pay transparency è un tema sempre più rilevante per le aziende. I risultati della ricerca HR & Payroll Pulse mostrano come, a fronte di una diffusa percezione di preparazione, emerga ancora una distanza significativa nell’adozione di strumenti concreti e nella comunicazione delle politiche retributive ai dipendenti, chiamando le organizzazioni a confrontarsi con nuove e crescenti aspettative in termini di trasparenza”, commenta Claudia Coluccia, referente per la trasparenza salariale di SD Worx Italy.
Non solo compliance: per i lavoratori la trasparenza è un fattore decisivo
Il 59% dei lavoratori italiani considera la trasparenza retributiva (molto) importante nella scelta del futuro datore di lavoro. Nel caso delle lavoratrici, la percentuale di coloro che prendono in considerazione la trasparenza salariale quando si tratta di decidere se accettare o meno un lavoro sale al 62% e cresce al 64% per i dipendenti (uomini e donne) delle microimprese, con meno di 10 addetti, e al 60% tra chi è impiegato in aziende che ne hanno tra 10 e i 49.
Un’evidenza che trasforma la Pay Transparency da obbligo normativo a leva concreta di fiducia, attrattività e retention dei talenti.
Nonostante le criticità, le aspettative sono alte: il 55% dei gli italiani ritiene che ci saranno dei miglioramenti (vs 52% EU), ma si raggiunge addirittura il 58% tra i giovani e il 57% tra coloro che sono presenti da più di 10 anni in azienda.
“Le aziende devono partire dalle fondamenta, ossia architetture professionali chiare, criteri retributivi trasparenti, fasce salariali ben definite, ed esaminare attentamente i principali processi HR, come assunzioni, promozioni e valutazione delle performance. – afferma Chiara Valdata, People Director di SD Worx Italy – Le decisioni salariali devono essere coerenti, motivate e comunicabili anche internamente. Superare una logica di mera compliance significa costruire una politica retributiva credibile, sostenibile e orientata alla fiducia, in cui le persone si sentono trattate realmente in modo equo.”
Il segnale che arriva dal lavoro
A meno di un mese dalla scadenza per il recepimento della Direttiva, il messaggio che emerge dai lavoratori italiani è chiaro: senza trasparenza reale, l’equità resta un concetto vuoto.
Ascoltare questi segnali oggi non significa solo adeguarsi alla normativa, ma rispondere a una domanda di fiducia che arriva direttamente dalle persone.



