Se non fosse per la drammaticità reale della tragedia, l’incredibile vicenda di Molfetta potrebbe essere scambiata per l’ennesima misteriosa sceneggiatura di una delle trame più avvincenti dei racconti di Andrea Camilleri. C’è lo zolfo, ci sono i morti e c’è il paradosso dei fatti, che sembrano riportarci a tempi da primo Ottocento.

 
E’ stata strage sul lavoro. Cinque morti in una inverosimile catena di fatalità, che lascia sul campo sgomento, famiglie orfane e disperazione. Il triste primato nazionale delle morti sul lavoro continua ad alimentarsi di record dallo spettro macabro ed impressionante. Per di più, questa volta, la falce fatale non ha fatto distinzioni ed ha accomunato nella cieca recisione titolare e dipendenti.
 
Morire in un’autocisterna, nello strenuo tentativo di strappare alla morte una o più vite umane è prerogativa di eroi. E per quel che potrà valere, per i familiari delle vittime, forse sarà il caso di pensarci abbastanza in fretta, senza perdersi in lungaggini cavillose.
 
Così come c’è bisogno che molto in fretta si riesca ad innescare un circolo virtuoso di sensibilizzazione, che diffonda formazione e cultura della sicurezza non solo per le vie delle nostre città, ma in tutti gli ambienti del vivere abituale. A cominciare dai luoghi di lavoro, troppo a lungo trascurati in nome di un’incosciente superficialità, evidenziata già nelle piccole quotidianità di ognuno di noi, come il semplice e “fastidioso” non allacciare le cinture di sicurezza nella propria auto.
 
Non è solo questione di norme. Per quanto il Governo farà bene ad approvare, senza ulteriori esitazioni, il testo unico al suo esame per l’attuazione della legge delega in tema di sicurezza, già votata a luglio dal Parlamento. Non sarà gran cosa, ma almeno Luigi, Guglielmo, Biagio, Vincenzo e Michele non saranno morti per niente.
 
di Antonio V. Gelormini

Di admin