Le aziende sanno quando scade il contratto del dipendente. Non sanno se sta bene.

Editoriali

In Italia solo l’ 11% dei lavoratori si sente coinvolto nel proprio lavoro. Eppure le aziende non hanno mai investito così tanto in tecnologia HR. Il paradosso non è un caso: digitalizzare le procedure non è la stessa cosa che conoscere le proprie persone.

C’è un numero che segnala dove c’è ancora molto da costruire nel mondo del lavoro italiano: 11%. È la quota di lavoratori che si dichiara genuinamente coinvolta nel proprio lavoro, secondo l’ultimo report Gallup sullo Stato del Posto di Lavoro. Un dato che descrive una direzione precisa: investire sulla qualità del rapporto tra le persone e l’organizzazione. L’Europa intera condivide questa sfida, siamo il continente con il più basso coinvolgimento al mondo, e l’Italia può scegliere di trasformarla in opportunità.

Il dato è uscito il 1° maggio 2026 ed è rimasto sepolto sotto i titoli sul decreto lavoro. Eppure, vale la pena valutarlo: stiamo parlando di un paese in cui nove lavoratori su dieci vanno al lavoro senza sentirsi parte di ciò che stanno facendo; negli stessi anni in cui le aziende non hanno mai investito così tanto in tecnologia HR.

La digitalizzazione che manca

Negli ultimi dieci anni le aziende italiane hanno investito in modo consistente nella digitalizzazione dei processi HR: paghe automatizzate, gestione presenze, ferie online, onboarding digitale. Tutto quanto poteva essere convertito in procedura lo è stato ed è stato utile. Ma non è abbastanza.

“C’è una differenza enorme tra digitalizzare le procedure e digitalizzare la conoscenza delle persone”, afferma Tiziano Bertolotti, CEO di Peoplelink, società del Gruppo Sistemi specializzata in soluzioni per la gestione del capitale umano. “Le aziende sanno tutto degli adempimenti: scadenze contrattuali, ore lavorate, cedolini. Non sanno quasi niente di chi ha le competenze per crescere, chi è a rischio di burnout, chi sta pensando di andarsene ed è proprio questa la digitalizzazione che manca.”

Il risultato è un paradosso tutto italiano: più tecnologia in ufficio, meno senso di appartenenza e non perché la tecnologia sia il problema, piuttosto perché è stata usata solo per ottimizzare i processi anziché per capire le persone. È una dinamica globale: secondo lo State of People Analytics 2025–26 di HR.com, meno di un’azienda su quattro è realmente efficace nell’analisi dei dati sulle persone, una quota rimasta quasi immobile negli ultimi due anni, e solo il 42% degli HR professional ritiene che i propri sistemi tecnologici siano ben integrati per consentire analisi significative sul proprio capitale umano.

Automatizzare le routine, non le relazioni

Un sistema HR che correla competenze, percorsi formativi, obiettivi e valutazioni nel tempo restituisce ai manager qualcosa che i processi amministrativi non hanno mai potuto dare: una base concreta su cui fondare le decisioni che riguardano le persone, dalla promozione alla formazione, dall’assegnazione di un progetto alla lettura dei segnali di disagio.
Assegnare un progetto, identificare chi è pronto per una promozione, capire dove investire in formazione: sono decisioni che riguardano le persone nella loro interezza e che i manager prendono quotidianamente, spesso senza dati strutturati su cui appoggiarsi. La ricerca sulle organizzazioni documenta da decenni quanto questo esponga le aziende a distorsioni cognitive sistematiche, bias di conferma, effetto alone, vicinanza relazionale, che nessun processo amministrativo, per quanto digitalizzato, è attrezzato a rilevare.

Automatizzare le routine libera energie“, precisa Bertolotti. “Il valore reale sta in quello che le persone HR possono fare con quel tempo recuperato: costruire relazioni, leggere i segnali deboli, tenere insieme un’organizzazione che cambia. Sono cose che richiedono giudizio, esperienza, presenza, e che una piattaforma può supportare ma non sostituire.”

Crescere in modo sostenibile significa conoscere chi lavora con te

Il dibattito sulla digitalizzazione HR tende a concentrarsi sull’efficienza operativa, trascurando una variabile altrettanto critica: la sostenibilità della crescita. Un’azienda che scala accumulando complessità organizzativa senza una mappa aggiornata delle competenze del proprio organico, senza sapere dove si trovano i gap formativi e chi rischia di andarsene, accumula fragilità che emergono sempre nel momento peggiore.

Le PMI italiane, oltre il 99% del tessuto produttivo nazionale, sono le più esposte a questa dinamica. Crescono finché la struttura regge, poi si trovano a gestire una complessità per cui non hanno costruito né gli strumenti né la cultura.

“Il futuro delle organizzazioni non si giocherà solo sulla quantità della tecnologia introdotta, ma sulla qualità delle scelte che faremo su come usarla“, spiega Bertolotti. “Le organizzazioni che reggeranno alla pressione del cambiamento nei prossimi anni saranno quelle che avranno investito nella conoscenza delle proprie persone,  delle loro competenze, dei loro potenziali, dei loro percorsi. Spesso fare bene HR è un modo di guardare le persone.”

Conoscere le persone, non solo gestirle

È su questo divario che Peoplelink ha costruito VISTA, la piattaforma HCM integrata al Portale HR: uno strumento progettato non per automatizzare l’amministrazione, ma per restituire alle organizzazioni una mappa aggiornata e strutturata del proprio capitale umano; competenze, percorsi formativi, obiettivi, valutazioni nel tempo. Informazioni che trasformano le decisioni sulle persone da intuizioni a scelte fondate.

La tecnologia che conta non è quella che accelera i processi”, conclude Bertolotti. “È quella che restituisce alle organizzazioni la capacità di vedere davvero le proprie persone: chi ha le competenze per crescere, chi rischia di andarsene, chi è pronto per una responsabilità maggiore.”

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Da dicembre 2024 oltre 6.700 imprese hanno beneficiato dei percorsi formativi finanziati con i fondi dell’Avviso FEMI 2025.01. Più di 91mila i lavoratori coinvolti. Ammontano ad oltre 19,5 milioni di euro le risorse che FondItalia ha impegnato, nell’arco di 16 mesi, per finanziare la formazione dei lavoratori delle imprese aderenti al Fondo. Dal 3 dicembre 2024 – data di apertura del primo Sportello dell’Avviso FEMI 2025.01 – all’approvazione dell’ottavo – in data 14 aprile 2026 – il Fondo, promosso da UGL e FederTerziario, ha approvato progetti a beneficio di 6.768 imprese e 91.448 lavoratori su tutto il territorio italiano per un totale di 19.876 moduli formativi. La dotazione economica dell’Avviso è cresciuta inoltre in modo costante, passando dagli 8 milioni di euro iniziali agli attuali 30 milioni. L’aumento dei fondi impegnati e di quelli disponibili riflette la persistente domanda di formazione di qualità delle aziende italiane e un coinvolgimento sempre maggiore del tessuto imprenditoriale su tutto il territorio nazionale. Nord, Sud e Isole e Centro Il Nord guida per numero di imprese coinvolte: 3.529 (52%), per un totale di 49.558 lavoratori (54%). Seguono Sud e Isole, con 1.678 imprese (25%) e 21.487 lavoratori (23%), e Centro con 1.561 imprese (23%) e 20.403 lavoratori (22%). La distribuzione geografica della partecipazione riflette, almeno in parte, la maggiore concentrazione di imprese nelle regioni del Nord, area che si conferma il principale motore della domanda di formazione continua. Tuttavia, i dati evidenziano una significativa presenza di imprese e lavoratori anche nel Centro-Sud. Per quanto riguarda la dimensione delle imprese, l’85% del totale (5.757 imprese) è rappresentato da micro e piccole realtà imprenditoriali, di cui le microimprese costituiscono la quota più consistente, pari al 45% (3.011). Seguono le medie imprese con l’11% (759) e le grandi imprese con il 4% (252). I settori trainanti: commercio, manifattura e costruzioni Le imprese coinvolte nei progetti presentati negli otto Sportelli dell’Avviso appartengono prevalentemente a tre settori: Commercio all’ingrosso e al dettaglio, con 1.484 imprese coinvolte, Manifatturiero (1.457) e Costruzioni (918). Una presenza rilevante si registra anche nei Servizi di alloggio e ristorazione, con 509 imprese, nelle Attività amministrative e di supporto (435) e nelle Attività professionali, scientifiche e tecniche (365). Dati che evidenziano una domanda formativa diffusa non solo nei settori tradizionali, ma anche nei servizi avanzati e nelle attività di supporto al sistema produttivo. Più contenuto, ma comunque significativo, è il coinvolgimento di imprese appartenenti a comparti come Sanità e assistenza sociale (315 imprese), Trasporto e magazzinaggio (257) e ICT e servizi informatici (222), a conferma di un interesse trasversale verso percorsi di aggiornamento e qualificazione delle competenze. «I numeri emersi dopo 16 mesi di attività confermano in modo chiaro la capacità del Fondo di rispondere in maniera concreta alle esigenze formative del sistema produttivo italiano – commenta Francesco Franco, Presidente di FondItalia -. Oltre 19,5 milioni di euro impegnati, 6.768 imprese coinvolte e più di 91 mila lavoratori raggiunti rappresentano non solo un risultato quantitativo importante, ma soprattutto il segnale di una domanda crescente di formazione continua da parte delle imprese. La formazione deve essere un vero strumento di crescita e competitività, accessibile a tutte le imprese, in particolare alle micro e piccole realtà che costituiscono l’ossatura del tessuto produttivo italiano». I temi formativi su cui si concentra la richiesta di formazione negli 8 Sportelli dell’Avviso FEMI 2025.01 sono Salute e sicurezza sul lavoro, Sviluppo delle competenze trasversali, Gestione aziendale. I 6.059 moduli dedicati a Salute e sicurezza sul lavoro evidenziano infatti come le imprese considerino la compliance normativa e la tutela dei lavoratori una priorità imprescindibile. Accanto a questa dimensione, però, si rafforza sempre più una domanda formativa orientata allo sviluppo organizzativo e delle competenze trasversali. Gli Sportelli aperti per l’erogazione delle risorse della dotazione economica dell’Avviso FEMI 2025.01 sono stati fino ad ora otto: il primo approvato l’11.02.2025, l’ultimo il 14.04.2026. «Il nostro obiettivo è dare continuità al finanziamento della formazione delle imprese, offrendo un sostegno duraturo nel tempo – spiega Egidio Sangue, direttore di FondItalia -. Gli ultimi dati confermano che si tratta di una strategia vincente. Proprio in ragione dell’elevato livello di partecipazione e dell’efficacia dimostrata dallo strumento, FondItalia ha prorogato l’avviso FEMI 2025.01 fino a tutto il 2026 con la previsione di ulteriori Sportelli fino al dodicesimo, la cui approvazione è attesa per il 19 novembre 2026». Le priorità dell’Avviso riguardano aree considerate strategiche per il sistema produttivo italiano: aggiornamento e mantenimento delle competenze, nuovi modelli di gestione aziendale, innovazione tecnologica e digitale, sviluppo delle abilità personali, rafforzamento delle competenze linguistiche, supporto all’internazionalizzazione e alla green economy.
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