Lo school bonus va in pensione…ma sarà una buona cosa?

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Nel 2013 decisi di scrivere il mio primo articolo di fundraising  su un argomento che, allora come oggi, mi sta particolarmente a cuore: l’importanza di educare al dono!

L’articolo (https://www.zeroventiquattro.it/non-profit/limportanza-di-educare-al-dono/#) consisteva in una serie di considerazioni sull’importanza di avviare, già in età scolare, i nostri ragazzi a percorsi di educazione al dono, inteso non solo come dono “economico” ma anche e soprattutto come dono di tempo, ovvero volontariato come servizio civico oltre che educativo. Queste considerazioni scaturivano da una frase di un libro che avevo da poco finito di leggere, Dare di più di Bill Clinton, che mi aveva particolarmente colpita “Da adolescente svolsi, come tutti, lavoro volontario associato alle attività scolastiche e di sostegno ai bisognosi a Natale o il giorno del Ringraziamento.” La naturalezza di quel lavoro volontario fatto a scuola mi colpì molto poiché sapevo (all’epoca dell’articolo ero assessore alle politiche giovanili in un piccolo comune del Cilento, Novi Velia) che per i “miei ragazzi” non sarebbe stato altrettanto naturale.

Oggi, a distanza di 5 anni, mi è tornato in mente quell’articolo dopo averne letto un altro su Vita (http://www.vita.it/it/article/2018/12/21/lo-school-bonus-chiude-con-22-milioni-raccolti/150186/ ) che  annuncia che dal 1° gennaio 2019 – lo «school bonus» va in pensione.

Cronaca di una morte annunciata! – direbbe qualcuno parafrasando Gabriel García Márquez.

Ma facciamo prima un passo indietro!

La legge sulla Buona Scuola (n. 107 del 2015) introdusse la possibilità che i contribuenti -persone fisiche, enti non commerciali, soggetti titolari di reddito di impresa- potessero effettuare un’erogazione liberale in denaro in favore delle scuole del sistema nazionale di istruzione (statali e paritarie). Al contribuente spettava un credito d’imposta pari al 65 % per le erogazioni effettuate nel 2016 e 2017 e del 50% per quelle disposte nel 2018. L’importo massimo ammesso all’agevolazione fiscale era pari a 100 mila euro per ciascun periodo d’imposta. Il credito d’imposta era ripartito in tre quote annuali di pari importo. I contribuenti potevano scegliere liberamente la scuola da beneficiare e quest’ultima avrebbe ricevuto il 90 % dell’erogazione: poiché il restante 10 % sarebbe confluito in un fondo perequativo distribuito alle scuole che fossero risultate destinatarie di erogazioni liberali in un ammontare inferiore alla media nazionale. Lo school bonus era riconosciuto sulle donazioni effettuate nei confronti degli istituti del sistema nazionale di istruzione per:

  • la realizzazione di nuove strutture scolastiche;
  • la manutenzione e il potenziamento di quelle esistenti;
  • il sostegno a interventi per il miglioramento dell’occupabilità degli studenti.

In somma, esattamente come l’altra significativa agevolazione fiscale, introdotta in quel periodo, a favore però del patrimonio culturale pubblico, ovvero l’art bonus, anche lo school bonus si configurava come un potenziale acceleratore di donazioni verso il sistema scolastico nazionale. Purtroppo però, come ben evidenziato nell’articolo di Vita, qualcosa non ha funzionato. Ma cosa?

Quello che è mancato, secondo me, sono due cose.

Innanzi tutto è mancata un’opportuna campagna di pubblicità dello strumento, per cui ancora oggi, a distanza di tre anni, ci sono presidi ed insegnanti che non hanno mai sentito parlare di school bonus.

In secondo luogo ma ben più importante è mancata l’educazione al dono e la motivazione al dono. In un’Italia in cui molte famiglie devono preoccuparsi di mettere nello zaino dei figli persino la carta igienica, dove si è consolidata la prassi di una “donazione” obbligatoria per poter far fronte a carenze nelle scuole (che riguardano, haimé, anche materiali finalizzati alla didattica, come fogli, penne, colla, ecc), è veramente difficile chiedere ulteriore sostegno. E non incorriamo nell’errore di pensare che la motivazione al dono sia di natura fiscale!

Lo school bonus poteva funzionare nella misura in cui venivano avviati dei percorsi di formazione dei presidi e degli insegnanti finalizzati alla stesura di progetti di valorizzazione della scuola, in cui il contributo delle famiglie non era puramente economico ma piuttosto di condivisione e costruzione partecipata di questi progetti. Un percorso di questo tipo non può fare a meno di coinvolgere anche gli studenti che per primi possono dire cosa vorrebbero dalla loro “buona scuola” ma anche cosa possono fare per la loro scuola in un percorso di donazione reciproco. Anche perché se una scuola volesse davvero avviare dei percorsi di fundraising non dovrebbe mai fare a meno dei suoi studenti come veri testimonial e naturali veicoli di promozione e diffusione del messaggio.

Un’ultima considerazione vorrei riservarla al fatto che si sia deciso di chiudere il capitolo school bonus poiché non ha dato i risultati attesi. Francamente non la trovo una buona mossa, soprattutto se considerata in relazione ai risultati che il “gemello” in ambito cultura (ovvero l’art bonus) sta dando; in questo caso, infatti, una campagna di diffusione dello strumento costante ed in alcuni casi capillare (vedi l’impegno di ALES nella promozione e nell’assistenza ai progetti) ha dato buoni frutti e mostra un trend di crescita interessante, se pur ancora non omogeneo sul territorio nazionale (ma su questo si sta già lavorando).

Seguendo questo esempio (avremmo mai immaginato un elenco di 9888 mecenati ad oggi?!) non sarebbe stato più prolifico investire nell’educazione al dono per il sistema scolastico e nella diffusione dello strumento school bonus e lasciare come significativo incentivo all’erogazione liberale proprio un’agevolazione fiscale così cospicua?

Valeria Romanelli
Vicepresidente APS Sudfundraising

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