INTERNET IN COMUNE NON E’ PER NIENTE… IN COMUNE

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Può succedere che rapporti e studi sui più svariati argomenti presentino risultati diversi a secondo di chi li compie. Dato però che quello reso pubblico recentemente da Confartigianato sul “peso” della nostra burocrazia – e ripreso da un ampio articolo del sempre ottimo Sergio Rizzo sul Corriere della Sera dello scorso lunedì 13 giugno – non ha fatto registrare finora smentite di sorta, ne traiamo spunto anche noi per la nostra riflessione settimanale.
Il pezzo “Internet fuori dal Comune”, in verità, tocca diversi aspetti connessi a manchevolezze e ritardi del settore, ma in questo caso a noi basta concentrarci su quelli che hanno badato ad analizzare il rapporto fra i comuni italiani e la loro capacità di fornire un sevizio via web alle imprese. Ebbene, dal dossier di Confartigianato in questione è scaturito che su 8.100 amministrazioni comunali italiane solo in 541 (il 6,7% del totale) è possibile iniziare e completare una pratica via web, svolgendo quindi la procedura interamente on line. E sono risultati essere molti (ma molti) meno quelli che sono in grado di fornire alle imprese un servizio completamente via web: appena 112, e qui la percentuale raggiunge livelli ridicoli, fermandosi all’1,4%. Scendendo ancor più nel particolare, risulta che ben 1.191 comuni non dispongono di nessuna informatizzazione per gestire il patrimonio, 818 sono quelli assolutamente privi di computer per la gestione del personale e addirittura – quasi non ci si crede! – ancora 49 quelli che sono ridotti e costretti a gestire la loro contabilità a mano.

Comunque, a magra consolazione, non si tratterebbe di manchevolezze dovute unicamente a carenze della nostra Pubblica Amministrazione, se è vero quello che mette in luce la ricerca anche quando afferma che forse bisogna affrontare il problema delle “resistenze culturali” da parte del “pubblico”, cioè degli utenti, un universo che nell’ultimo anno ha deciso di adempiere gli obblighi burocratici spedendo via internet moduli compilati della PA nella misura misera del 13,4% degli italiani con età superiore a 14 anni: una performance assolutamente negativa che ci permette di conquistare in pratica l’ultimo posto fra i Paesi del nostro continente: una sorta di protagonismo alla Cenerentola, per niente ambìto.

Non ci si deve allora meravigliare se nella classifica “Doing business 2011” (quella con la quale si misura la facilità di fare impresa) la Banca Mondiale piazza l’Italia all’ottantesima posizione, e nessuna consolazione può venire dal fatto che altre 103 nazioni siano messe peggio di noi, visto che nessuna con le quali dovremmo “competere” arranca alle nostre spalle. Anzi, solo per citarne alcuni: il Regno Unito è quarto (dietro Singapore, Hong Kong e Nuova Zelanda irraggiungibili), gli Stati Uniti quinti, la Germania ventiduesima, la Francia quattro posti dietro a lei e la Spagna ben trentuno davanti a noi.

A far da contraltare a queste manchevolezze, ci sono gli “eccessi” e qui invece facciamo la nostra (bella?) figura, perché se andiamo ad analizzare i dati che riguardano le richieste di certificati inutili da parte dei diversi enti, grazie ad un recente sondaggio su un campione di 403 aziende – effettuato dall’Osservatorio Ispo-Confartigianato – scopriamo che in testa ai soggetti che richiedono il maggior numero di pratiche considerate inutili c’è l’Agenzia delle entrate (26%), davanti a banche, Inps e uffici comunali (tutti, per così dire, a pari (de)merito al 21%). Tanto per non farci mancare niente su cui ragionare.

In casi del genere si è tentati dal farsi prendere da due diversi stati d’animo, uno negativo e l’altro, al contrario, volto all’ottimismo. Il primo induce a pensare che siamo alle solite, e che se mai le cose cambieranno accadrà lentamente e certo non al passo con modi, metodi e velocità richiesti dalla nostra epoca. Il secondo, invece, lo si può leggere come molto più positivo, e connotato da quella che potremmo definire come “sindrome di Mago Merlino”. Chi è dotato di buona memoria o passione per i film animati classici si ricorderà benissimo che ne “La Spada nella Roccia” il celebre mago incitava il giovane protagonista (si chiamava Semola) a non abbattersi davanti alle avversità, anzi: quando queste raggiungono il loro massimo è proprio quello il momento in cui bisogna considerarsi fortunati perché “arrivati sul fondo non possiamo far altro che risalire!”. Che come spinta psicologico-propulsiva non è niente male. O no?

da: http://saperi.forumpa.it

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