I SOGNI IN FUMO DI GERONZI

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\"\"Ora Giovanni Bazoli può tirare un sospiro di sollievo. La fuga in solitario di Cesare Geronzi, che dopo aver portato all’altare di Unicredit la sua Capitalia ed essersi insediato a Piazzetta Cuccia, alla guida di Mediobanca, puntava spedito alla vice presidenza delle Generali, viene neutralizzata dall’ingresso in pista della safety-car della Banca d’Italia.
                                                 
Con lo schema normativo del sistema di governance cosiddetto dualistico, previsto e proposto dal Governatore dell’Istituto centrale, Mario Draghi, il “Senato” di via Nazionale gela le mire espansionistiche dell’odierno Cesare e di quanti già lo vedevano ai vertici del Leone alato triestino, come Vincent Bolloré, ridimensionandone anche l’influenza nelle funzioni di gestione di Mediobanca.
 
Un freno alla disinvoltura statutaria della nuova Mediobanca a guida Geronzi, che aveva previsto la partecipazione dello stesso, già presidente del consiglio di sorveglianza, anche ai consigli di gestione. Una risposta piuttosto chiara ai ripetuti timori esposti da tempo dal presidente bresciano di Intesa-Sanpaolo. Non ci sono margini ad interpretazioni di comodo: “Il presidente del consiglio di sorveglianza non deve partecipare alle riunioni del consiglio di gestione”. E se non bastasse: “Corentemente, il presidente del consiglio di sorveglianza non può rivestire cariche nel consiglio di amministrazione o nel consiglio di gestione di società controllate, anche congiuntamente, o collegate”.
 
Di certo la normativa non è costruita sul caso Mediobanca/Generali, ma è la regolamentazione attesa, in linea con quella europea, alla sempre più utilizzata forma dualistica di governance societaria. Dire, però, che essa abbia preso forma in funzione della piega impressa dai progetti sornioni di Geronzi, non è lontano da un’ipotesi reale o verosimile.
 
I sogni, di solito, svaniscono all’alba. E come quello della Ferrari in Brasile, il sogno di Cesare è stato rotto dal canto del gallo di Palazzo Koch. Questa volta il Rubiconde non è riuscito ad attraversarlo e gli stessi dadi gli sono rimasti tra le mani. Dovrà accontentarsi del Naviglio Grande e cominciare ad abituarsi all’idea che anche le volpi, prima o poi, finiscono in pellicceria.
 
di Antonio V. Gelormini

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