DA UNICREDIT LO STATO DELLE PMI ITALIANE

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Provate da una crisi globale senza precedenti, affaticate dall’export che arranca, da un accesso al credito non sempre facile e dalla sostanziale assenza dei fondi pubblici le Pmi italiane tornano però ad avere fiducia nel futuro e, dato ancora più importante, a investire, puntando su innovazione e internazionalizzazione e questo appare ancora più marcato per le Pmi del Mezzogiorno. Questo lo scenario che emerge dal VI Rapporto UniCredit sulle Piccole Imprese, presentato oggi a Roma presso lo Spazio Etoile in piazza S. Lorenzo a Roma, nel corso della tavola rotonda sul tema Le Piccole Imprese e il rilancio del sistema produttivo”, che si sviluppa lungo tre filoni: la valorizzazione del territorio, l’internazionalizzazione e l’innovazione.

All’incontro hanno preso parte: on. Adolfo Urso, Vice Ministro dello Sviluppo Economico; sen. Mario Baldassarri, Presidente VI Commissione Finanze e Tesoro; on. Giancarlo Giorgetti, Presidente V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione; Roberto Nicastro, Deputy Ceo UniCredit Group; Paolo Savona, Presidente di UniCredit Banca di Roma; Giorgio Gobbi, Direttore del Servizio Studi di Struttura Economica e Finanziaria della Banca d’Italia; Davide Bordoni, Assessore alle Attività Produttive, Lavoro e Litorale del Comune di Roma; Aldo Bonomi, Direttore Consorzio A.A.STER. A tracciare le conclusioni è intervenuto sen. Maurizio Sacconi, Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali.

Il rapporto in sintesi – Le regioni del Mezzogiorno

Dall’analisi condotta tramite un questionario sottoposto a più di 200 tra Confidi e Associazioni di Categoria e a un campione di oltre 6mila piccoli imprenditori, a cura dell’Ufficio Studi Retail di UniCredit, emerge, innanzitutto che l’indice di fiducia delle imprese è tornato a crescere. Nonostante i timori per l’andamento dell’economia reale, infatti, il peggio sembra ormai alle spalle. L’indice passa da 92 nel 2008 a 93 nel 2009. Rispetto alle altre regioni italiane, il Sud guadagna ben 7 punti e diventa l’area più fiduciosa d’Italia.

In particolare c’è fiducia circa l’andamento degli investimenti, con un indice che raggiunge 111 punti, 4 in più rispetto al 2008 (107) ma crescono tutti i valori rispetto al 2008. Estendendo l’analisi rispetto alla prospettiva temporale, si evidenzia un forte ottimismo nei confronti dei 12 mesi futuri (116) con una differenza di 37 punti rispetto alle opinioni espresse sui 12 mesi passati (79). Il Mezzogiorno, quindi, sta cercando di colmare il gap che lo separa dal resto dell’Italia, esprimendo, mai come quest’anno, giudizi sul futuro incoraggianti, soprattutto sui fattori endogeni come l’occupazione e gli investimenti. Il segnale è importante e sottolinea la volontà da parte dei piccoli imprenditori del Sud di reagire alla crisi in atto.

Su scala nazionale, particolarmente positivi sono stati i giudizi espressi dalle previsioni riguardo ai 12 mesi futuri che quest’anno toccano il livello più alto mai raggiunto nelle scorse indagini portandosi a 110, + 10 punti rispetto al 2008, mentre il giudizio sui 12 mesi passati è sceso a 77, -7 punti rispetto allo scorso anno.

Altra novità importante è l’inversione di tendenza avuta tra i settori merceologici d’appartenenza degli intervistati: il commercio al dettaglioguadagna 6 punti rispetto al 2008 diventando più fiducioso del commercio all’ingrosso che perde 4 punti. Inoltre, perdendo ben 7 punti rispetto all’anno scorso, l’industria risulta il settore meno fiducioso in assoluto.

Lo stato della crisi. Le piccole imprese riescono a fronteggiare la recessione grazie alla loro flessibilità, alla capacità di adattamento ai cambiamenti di mercato e alla loro attitudine a reagire in maniera elastica alle opportunità. Rispetto alle grandi aziende sono più sensibili ai rischi avendo risorse relativamente limitate e riescono rapidamente a prendere in considerazione nuove opportunità grazie allo stretto contatto con la clientela. Inoltre hanno un forte dinamismo grazie al coinvolgimento percepito dai collaboratori nell’attività d’impresa.

Il Sistema produttivo nazionale mostra, comunque, condizioni più deboli di quelle degli altri paesi europei ed è probabile che la perdita complessiva del PIL nel biennio 2008-2009 superi il 6%. Qualche segno di ripresa c’è (miglioramento nella fiducia dei consumatori e in alcuni ambiti della loro domanda) ma dall’analisi emerge in modo chiaro che l’impatto della crisi sulle imprese deve ancora manifestarsi completamente.

Due sono le ragioni: la prima è che l’impatto del ciclo economico sugli indicatori di vulnerabilità delle imprese si avverte con uno o due trimestri di ritardo; la seconda invece è che nell’ultimo periodo è aumentata la distanza tra le imprese che “fanno bene” e le altre, si sono congelate le spese di investimento e la relazione con il sistema finanziario è stata improntata all’emergenza.

Gli impatti della crisi e le conseguenze riguardo l’accesso al credito. Il peggioramento delle condizioni di mercato è stato accompagnato da situazioni di notevole tensione nella gestione finanziaria dell’azienda a causa del crollo degli ordinativi, dell’allungamento dei tempi di pagamento da parte dei clienti, del calo delle vendite in Italia e all’estero. Ciò avvalora la tesi secondo cui la causa principale della minore crescita degli impieghi sia da ricondurre al congelamento dei piani di investimento.

Le “paure” degli imprenditori, nell’ambito delle relazioni banche – Pmi, sono fondamentalmente quattro:

  • continuità nell’erogazione del credito alle imprese;

  • capacità di valutazione dei progetti imprenditoriali e di gestione delle situazioni creditizie critiche;

  • capacità di predisporre strumenti di valutazione e regole di giudizio in grado di superare il trade-off tra standardizzazione del metodo e customizzazione del prodotto;

  • compressione del credito sul breve periodo.

Il settore bancario ha saputo sostenere l’economia produttiva, a fronte della debolezza in termini di patrimonializzazione delle imprese. Le imprese intervistate sono coscienti che la sottopatrimonializzazione, oltre a costituire un limite alle opportunità di sviluppo, comporta dei vincoli al rapporto con la banca, soprattutto in termini di condizioni praticate e di volumi erogati.

Problemi connessi al livello di patrimolizzazione dell’azienda

 

% rispondenti SI

Le banche mi applicano delle condizioni troppo onerose

64,9

Le banche mi concedono meno credito di quanto me ne serve

49,3

Non posso sfruttare i vantaggi legati alla normativa fiscale e/o societaria

45,4

Nota: totale rispondenti 3608, pari a coloro che reputano insufficiente la propria dotazione patrimoniale (1082) e coloro che reputano di potere cogliere nuove opportunità con una maggiore solidità patrimoniale (2526)

 

Le banche italiane di fronte alla crisi hanno saputo dimostrarsi flessibili in termini di valutazione del rischio di credito, quando i modelli di valutazione del merito creditizio ispirati a Basilea II si sono dimostrati prociclici. Il nuovo modo di fare banca ripone maggiore attenzione alla relazione con il cliente, a porsi come riferimento stabile sul territorio, a stringere accordi significativi con partner strategici quali Confidi e Associazioni di Categoria, che vengono così a svolgere un importante ruolo di mediazione con le banche rispetto all’accesso al credito delle piccole imprese.

Quanto è importante che le associazioni di categoria / i consorzi di garanzia svolgano i seguenti compiti?

 
Molto
Abbastanza
Poco

Per niente

Non sa / Non indica

Orientamento / sostegno per seguire le tendenze di mercato

44,3
35,3
13,4
4,0
3,0

Servizi di formazione per creare / aggiornare le professionalità richieste dal settore

49,3
27,4
15,9
4,5
3,0

Agevolare l’accesso al credito delle imprese che non riescono da sole a dimostrare la bontà dei loro progetti

88,1
10,9
0,0
0,5
0,5

Aiutare le imprese che hanno scarsi mezzi patrimoniali nel rapporto con la banca

78,1
18,9
2,0
0,5
0,5

Fornire servizi di disbrigo delle pratiche amministrative

28,9
25,9
23,4
17,9
4,0

Essere interlocutori di riferimento presso la Pubblica Amministrazione/istituzioni

43,3
27,9
17,4
8,0
3,5

I comportamenti dei piccoli imprenditori in risposta alla recente crisi. Emerge la consapevolezza da parte dei piccoli imprenditori di un cambiamento strutturale dei mercati, anche al di là della congiuntura negativa legata alla crisi, per cui si rende necessario azionare tutte le leve competitive disponibili: la qualità è individuata quale strategia competitiva, tanto nel breve quanto nel medio-lungo periodo. Nell’immediato gli imprenditori hanno risposto contenendo i costi, mentre per il futuro mirano a migliorare la commercializzazione.

BREVE PERIODO

Affrontare e vincere la crisi. A livello settoriale le difficoltà sono diffuse e generali. Manifattura, turismo e agricoltura sono i tre settori cardine dell’economia italiana e presentano, anche se con caratteristiche differenti, le maggiori potenzialità per uscire dalla crisi.

Il cosiddetto “capitalismo di territorio” è una (o forse addirittura “la”) risorsa primaria dell’economia italiana. Una risorsa data da eccellenze produttive, patrimoni culturali e paesaggistici, posizione geografica e offerta pervasiva di qualità e tipicità. Una risorsa di cui i tre settori analizzati sono “portavoce” di elezione: manifattura di qualità, agroindustria e turismo.

Per un rilancio fattivo, alle aziende occorre un miglioramento qualitativo nelle produzioni che necessita investimenti in capitale fisico e umano di notevole entità.

In termini generali viene invocata da più parti una “nuova” politica industriale costituita da una rinnovata politica fiscale, maggiori incentivi in ricerca e sviluppo, sostegno nella crescita per acquisizioni esterne. Ma occorre anche un rapporto con il sistema finanziario sempre più leale e trasparente che vede come protagoniste non solo le banche e le piccole imprese ma anche i Confidi e le Associazioni di Categoria quali partner strategici per lo sviluppo del territorio.

Per un dialogo tra banca e impresa leale e trasparente è infatti fondamentale che l’impresa si presenti “meglio” e con maggiore consapevolezza alla banca. La banca dal canto suo deve “comprendere a tutto tondo” il business dell’impresa, per fornire liquidità e offrire soluzioni adeguate alle esigenze produttive.

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