IA bocciata in cultura: arriva il Decalogo per un corretto utilizzo dell’Intelligenza Artificiale

Editoriali

Promossa in grammatica, incerta nella conoscenza culturale: ben il 44% delle risposte dell’IA rientra nella categoria dei contenuti plausibili e il 19% presenta errori evidenti o attribuzioni chiaramente false. Il rischio è la nascita di un “umanesimo plausibile” in cui il pensiero e degli scritti di autori, filosofi e artisti viene reinterpretato e semplificato fino a diventare credibile e condiviso e riconosciuto come tale. Ma non è l’IA il problema, bensì il modo in cui viene utilizzata: Libreriamo propone un galateo digitale cone le 10 regole per il corretto utilizzo dell’Intelligenza Artificiale

 

Dalla filosofia alla poesia, fino alle citazioni d’autore e alle opere d’arte, l’intelligenza artificiale è sempre più utilizzata per accedere, sintetizzare e produrre contenuti culturali. Una trasformazione che riguarda in modo diretto soprattutto studenti e giovani adulti, oggi tra i principali utilizzatori di questi strumenti per lo studio, ma che coinvolge sempre più anche docenti e divulgatori.

È proprio in questi ambiti che emergono i rischi più rilevanti: frasi attribuite ad autori che non le hanno mai scritte, citazioni plausibili ma non verificabili e reinterpretazioni che semplificano il pensiero originale.

Il punto critico non è tanto l’errore evidente, quanto la diffusione di contenuti che appaiono corretti, credibili e ben scritti, ma che non trovano riscontro nelle fonti.

La metodologia dello studio

Lo studio realizzato da Libreriamo si basa sull’analisi di quasi 1.500 interazioni con sistemi di intelligenza artificiale generativa, ovvero le più diffuse e utilizzate dal grande pubblico, condotte nell’arco di circa un anno.

Le richieste sono state costruite per simulare un utilizzo reale – quello di studenti, lettori e divulgatori – e hanno riguardato sette ambiti: letteratura, poesia, libri, citazioni d’autore, massime filosofiche, opere d’arte, grammatica italiana (categoria di controllo).

Ogni categoria è stata analizzata su 200 interazioni, con verifica sistematica delle risposte rispetto alle fonti originali.

Le risposte sono state classificate in tre categorie: corrette e verificabili; plausibili ma non verificabili; errate o con attribuzioni scorrette.

Dall’analisi delle interazioni emerge un quadro chiaro e, per certi versi, controintuitivo.

Solo una parte delle risposte generate dall’intelligenza artificiale risulta pienamente corretta e verificabile nelle fonti. Una quota significativa, invece, si colloca in una zona intermedia: contenuti che appaiono coerenti e credibili, ma che non trovano riscontro nei testi originali.

Perché è nata questa ricerca

“Abbiamo realizzato questo studio – afferma Saro Trovato, sociologo dei linguaggi, dei media, delle culture e fondatore di Libreriamo – perché siamo convinti delle profonde potenzialità dell’intelligenza artificiale sono oggi sempre più evidenti e riconosciute anche a livello internazionale. Studi come il rapporto “OECD Digital Education Outlook 2026” mostrano come l’IA stia trasformando radicalmente l’accesso alla conoscenza, rendendola più diffusa, personalizzata e immediata.

In questo scenario, l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento tecnologico, ma un vero e proprio acceleratore culturale: amplia le capacità cognitive, semplifica la complessità, rende plausibili risposte rapide e coerenti su una vasta gamma di temi.

Ed è proprio qui che emerge il punto più delicato. Se tutto può apparire plausibile, diventa sempre più difficile distinguere tra ciò che è semplicemente verosimile e ciò che è autentico, tra velocità e profondità, tra sintesi e comprensione.

È in questo spazio che si inserisce la necessità di un nuovo paradigma: quello di un umanesimo plausibile. Un umanesimo che non rifiuta la tecnologia, ma la attraversa con consapevolezza critica, riaffermando il valore del contesto, delle fonti e del confronto umano.

Ma è anche qui che si apre un rischio concreto. Se la plausibilità diventa il criterio dominante, il pericolo non è solo informativo, ma culturale: riguarda il modo in cui pensiamo, interpretiamo e produciamo contenuti.

Il rischio non è che l’intelligenza artificiale scriva al posto nostro, ma che la plausibilità finisca per riscrivere ciò che chiamiamo letteratura.”

Promossa a pieni voti in grammatica, rimandata in tutte le altre materie umanistiche

Dallo studio di Libreriamo emerge chiaramente che l’IA rischia di riscrivere il pensiero ultra millennario di pensatori, scrittori, filosofi, artisti. Colpisce che uno strumento che potrebbe aiutare moltissimo all’acculturamento e all’apprendimento, finisca invece per generare l’effetto opposto contribuendo inconsapevolmente alla cultura falsa attribuita di cui tanto è piena la rete.

Si rischia se non si agisce a correggere il tiro, che autori come Leopardi, Manzoni, Pascoli, Tolstoj, Dostoevskij, solo per citarne alcuni siano confusi con anonimi autori da tastiera e che le loro opere siano trasformate in un qualcosa di nuovo e non controllato.

Lo confermano i dati dello studio dal quale emerge che in media circa il 38% delle risposte è corretto e verificabile, ben il 44% rientra nella categoria dei contenuti plausibili e il 18% presenta errori evidenti o attribuzioni chiaramente false.

Il dato più rilevante riguarda proprio la fascia intermedia: contenuti che funzionano dal punto di vista comunicativo, ma che non sono autentici.

Si salva solo la grammatica italiana, per il resto è tutto plausibile o falso

L’analisi per categorie non restituisce semplicemente una distribuzione di errori, ma evidenzia una trasformazione strutturale del modo in cui la conoscenza viene prodotta.

In letteratura, solo il 35% delle risposte risulta pienamente corretto, mentre il 45% è costituito da contenuti plausibili e il 20% da errori. Un equilibrio che si sposta ulteriormente nella poesia, dove la correttezza scende al 30% e la plausibilità raggiunge il 50%. In altre parole, in metà dei casi il contenuto non è verificabile, pur risultando credibile.

Nel caso dei libri, si osserva un dato ancora più preoccupante, con il 25% di risposte corrette e un ulteriore 59% plausibile. Gli errori si attestano al 16%. Tuttavia, questa apparente affidabilità nasconde un processo di semplificazione da non sottovalutare. la correttezza riguarda spesso la struttura generale, mentre la profondità e la complessità dell’opera vengono ridotte.

È nelle citazioni d’autore e nelle massime filosofiche che il fenomeno diventa più evidente. Qui la plausibilità supera sistematicamente il 60% – raggiungendo il 62% nelle citazioni e il 65% nella filosofia – mentre la correttezza si ferma rispettivamente al 15% e al 13%. Le attribuzioni false sono rispettivamente 23% e 22%.

Questo significa che, nella maggior parte dei casi, l’intelligenza artificiale non restituisce ciò che è stato scritto, ma ciò che potrebbe essere stato scritto. Il pensiero viene ricostruito, adattato, reso coerente con un’immagine dell’autore, ma perde il legame con il testo.

Le opere d’arte si collocano in una posizione intermedia, con il 38% di correttezza e il 42% di plausibilità. Il “falso d’autore” è il 20%. Anche qui il contenuto appare affidabile, ma tende a trasformarsi in una narrazione semplificata, più accessibile che rigorosa.

Il dato più netto emerge dalla grammatica, dove l’IA raggiunge livelli di correttezza tra l’85% e il 90%, con una presenza minima di errore. È qui che si manifesta il paradosso: la macchina è estremamente affidabile nella forma, ma molto meno nella sostanza.

Nel complesso, i dati mostrano una distribuzione quasi simmetrica tra contenuti corretti e plausibili. La media è sostenuta dalla grammatica, mentre nelle categorie culturali prevale una conoscenza instabile, spesso credibile ma non verificata.

Il punto, quindi, non è che l’intelligenza artificiale sbagli. Il punto è che, nella maggior parte dei casi, non restituisce la conoscenza, ma una sua versione plausibile.

Ed è proprio in questo scarto, tra ciò che è scritto e ciò che appare credibile, che si inserisce il rischio più profondo: la trasformazione della cultura in un sistema di contenuti coerenti, ma progressivamente sganciati dalle fonti.

La sedimentazione delle caratteristiche artificiali degli autori

Accanto ai rischi legati alla plausibilità e alla reinterpretazione, lo studio evidenzia una dinamica più profonda e meno immediata: la progressiva sedimentazione di versioni artificiali degli autori.

Nel tempo, attraverso l’utilizzo ripetuto dell’intelligenza artificiale e la circolazione di contenuti generati, si consolida una rappresentazione semplificata e standardizzata del pensiero di filosofi, scrittori e artisti.

Non si tratta più solo di singole citazioni errate o reinterpretate, ma della costruzione di un profilo culturale artificiale.

Questo processo si sviluppa attraverso tre passaggi:

Sintesi
Il pensiero complesso viene ridotto a concetti chiave facilmente riconoscibili

Ripetizione
Le stesse associazioni vengono riproposte in modo ricorrente

Consolidamento
L’immagine semplificata dell’autore diventa dominante

I 10 autori più ricorrenti suggeriti dall’IA

Dall’analisi delle interazioni emerge una tendenza chiara: l’intelligenza artificiale tende a proporre in modo ricorrente un numero limitato di autori, associandoli a specifici temi e riducendone la complessità.

Di seguito i dieci autori più frequentemente suggeriti, trasversalmente alle categorie analizzate:

  1. Friedrich Nietzsche: associato a motivazione, forza individuale, senso della vita
  2. Seneca: gestione del tempo, disciplina, stoicismo pratico
  3. Socrate: conoscenza di sé, saggezza, introspezione
  4. Platone: amore ideale, verità, mondo delle idee
  5. Søren Kierkegaard: solitudine, angoscia, interiorità
  1. William Shakespeare: amore, passioni, condizione umana
  2. Dante Alighieri: viaggio, senso della vita, dimensione morale
  1. Charles Bukowski: realismo, disincanto, autenticità
  2. Emily Dickinson: interiorità, natura, riflessione esistenziale
  3. Albert Camus: assurdo, resilienza, senso dell’esistenza

Il rischio non è immediato, ma progressivo. Ogni contenuto plausibile rafforza una determinata immagine dell’autore, riduce lo spazio per interpretazioni alternative, sostituisce la complessità con la riconoscibilità.

In questo scenario, la conoscenza cambia natura. Non si basa più sulla lettura delle opere, ma sul riconoscimento di schemi. L’autore viene progressivamente sostituito da una sua versione sintetica e artificiale e non viene più studiato viene riconosciuto attraverso una funzione. Si afferma così una forma di sapere che non deriva dai testi, ma dalla loro reinterpretazione continua.

Non è solo la citazione a cambiare. È l’autore stesso che viene lentamente riscritto.

Il corretto utilizzo dell’IA

Alla luce dei risultati emersi, il punto centrale è chiaro: non è l’intelligenza artificiale il problema, ma il modo in cui viene utilizzata.

L’IA rappresenta uno strumento straordinario per ampliare l’accesso alla conoscenza. Tuttavia, proprio la sua capacità di produrre contenuti credibili e ben costruiti rende necessario un utilizzo consapevole.

Per questo motivo, Libreriamo propone un decalogo per un uso corretto dell’intelligenza artificiale in ambito culturale, educativo e divulgativo.

Il decalogo di Libreriamo per il corretto utilizzo dell’Intelligenza Artificiale

  1. Non sostituire il pensiero

L’intelligenza artificiale non deve sostituire il ragionamento, ma supportarlo. Le risposte che fornisce sono punti di partenza, non conclusioni.

  1. Verificare sempre le fonti

Un contenuto è attendibile solo se riconducibile a un testo, a un autore e a un contesto preciso. Senza verifica, non c’è conoscenza.

  1. Distinguere tra plausibile e autentico

Non tutto ciò che appare coerente è vero. La plausibilità è una forma di credibilità, non una garanzia di autenticità.

  1. Riconoscere le reinterpretazioni

Molti contenuti sono rielaborazioni di concetti reali. Possono aiutare a comprendere, ma non vanno confusi con testi originali.

  1. Non delegare l’apprendimento

La conoscenza richiede tempo, confronto e costruzione. L’IA può facilitare l’accesso, ma non può sostituire il processo cognitivo.

  1. Usare l’IA per approfondire, non per semplificare

La sintesi è utile, ma non può sostituire la complessità del pensiero e delle opere.

  1. Ricostruire sempre il contesto

Ogni contenuto va inserito nel suo contesto storico, culturale e teorico. Senza contesto, la conoscenza perde significato.

  1. Evitare la standardizzazione culturale

Se vengono proposti sempre gli stessi autori e le stesse interpretazioni, è necessario ampliare lo sguardo e cercare alternative.

  1. Integrare il confronto umano

Libri, docenti e fonti dirette restano fondamentali. L’IA non sostituisce il dialogo e il confronto.

  1. Sviluppare una competenza critica

Comprendere come funziona l’intelligenza artificiale e quali sono i suoi limiti è oggi parte integrante dell’alfabetizzazione culturale.

 

Fonti:

OECD – Digital Education Outlook 2023/2026

https://www.oecd.org/en/publications/oecd-digital-education-outlook-2026_062a7394-en.html

UNESCO – Guidance for Generative AI in Education and Research (2023)

https://www.unesco.org/en/articles/ai-and-future-education-disruptions-dilemmas-and-directions

European Commission – AI Act & Ethics Guidelines for Trustworthy AI

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/ethics-guidelines-trustworthy-ai

Stanford University – AI Index Report 2024

https://hai.stanford.edu/ai-index/2024-ai-index-report

 

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