Una giornata per commemorare. Una pausa per ricordare il sacrificio di milioni di vite umane. Una riflessione sui rischi delle aberrazioni che la mente umana può concepire. Ricordare la distruzione del popolo ebraico è essere consapevoli di una cappa che ci opprime, ma anche essere capaci di sollevare la testa per testimoniare una speranza.
 
Stasera, dopo il crepuscolo, solleviamo il nostro capo al cielo e scopriremo che quelle vite sono tutte lì, nella volta celeste, a guardarci ed illuminarci perché non sopraggiunga la rassegnazione. Un’infinità di stelle a confortarci quando la sensazione è quella di vivere nel buio più assoluto.
 
Sin dall\"\"’epoca di David proprio una di esse  è diventata il simbolo di questo Popolo. Oggi, orgoglio ed emblema della Nazione, ma fino poco tempo fa motivo di persecuzione, dolore e umiliazione. Fu ancora una stella ad annunciare al mondo la nascita dell’amore fatto uomo, rischiarando il cammino di un gregge in cerca del pastore.
 
Primo Levi, parlando dei superstiti dei lager, diceva: “Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto”. Muto, come le stelle.
 
Si potrebbe immaginare che il Giorno della Memoria venisse celebrato ostentando tutti, con orgoglio e solidarietà, una stella. Animando le strade, gli uffici, i negozi, le case e le piazze di una moltitudine di stelle, che tornano a vivere, anche solo per un giorno, non nella “distinzione” di un’emarginazione, ma nella comunione di una fratellanza inscritta nell’animo di ognuno fin dall’alba dei tempi.
 
Che sia gialla o di un altro colore non importa. Quel che conta è che non sia più marchio di vergogna. Una testimonianza per non dimenticare. Un ricordo per continuare ad amare nei secoli dei secoli.
 
di Antonio V. Gelormini

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