SUDAFRICA, LABORATORIO DEL FUTURO

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Nel perenne e affascinante ciclo della vita la gazzella ha infine avuto la meglio sul leone. E’ riuscita a sfuggire alla zampata fatale e ora corre agile e libera verso il futuro.
Dal Sud, che più a sud quasi non si può, del più vecchio dei continenti di questa Terra, sempre più aggredita, offesa e mortificata, il Sudafrica si propone come “laboratorio del futuro”. Il suo sforzo vincente ha avuto ragione delle mille contraddizioni, della galassia di etnie e delle rivendicazioni che a lungo hanno segnato la quotidianità del Paese più ricco e potente dell’Africa.
Lo stereotipo suggestivo di un tramonto desertico e sonnacchioso si trasforma in un’aurora accesa, ricca di entusiasmo e di vitalità. Il risveglio di un Paese tutto da scoprire non ha più la cedenza lamentosa e ammaliante del frinire delle cicale, ma si annuncia al mondo intero al ritmo incalzante, coinvolgente e caleidoscopico di assordanti “vuvuzelas”.
Ce lo racconta Gabriele Catania in Sudafrica – Castelvecchi Editore, 2010 ripercorrendo duemila anni di storia di questo pezzo d’Africa che sta diventando misura e modello di un cambiamento generazionale. Un “faro di speranza” per la gente di un intero continente, che porta i segni di una consapevolezza diffusa: “Non c’è nessuna strada facile per la libertà”. Una terra antica con un passato di guerre, lotta, attese, sogni e illusioni; di schiavitù, migrazioni e immense ricchezze.
Un Paese per cui l’organizzazione dei Mondiali di Calcio diventa la vetrina di un riscatto. La certificazione di una caparbietà nella ricerca del possibile e nella realizzazione del “sogno”, che affonda le sue radici nell’abnegazione di uno spirito mai domo e che oggi raccoglie i frutti di un seme piantato tra solchi apparentemente aridi, ma in realtà ricchi e fecondi di una dignità senza confini.
Per questo non è importante se la squadra nazionale, “Bafana Bafana”, non supera nemmeno la fase eliminatoria del torneo (dopotutto uguale sorte è toccata anche a Francia e Italia, i più blasonati campioni e vice-campioni del mondo). Il vero obiettivo è rimotivare un sentimento collettivo di autostima. Rinvigorire il processo di integrazione sociale, per certi versi ancora stagnante, dato che l’80% della ricchezza nazionale (nonché il 100% delle miniere) è tuttora saldamente in mano al 9% della popolazione bianca.
C’è un’identità da imparare a condividere che, se in parte affrancata dalla tirannia dell’hapartheid, grazie all’azione incisiva e non violenta di Nelson Mandela, oggi ha bisogno di trovare adeguate declinazioni materiali a quei principi formali, ma basilari, evocati dalla Carta Costituzionale: “Il Sudafrica è di tutti coloro che ci vivono, neri e bianchi”.
Neri e bianchi. Una precisazione “costituzionale” che vuole sottolineare, finanche nell’ordine, la complementarietà dei due colori nel vivacizzare o nell’attenuare le mille tonalità dell’arcobaleno etnico-sociale sudafricano. E magari anche quelle dell’intero continente. Premesse che hanno fatto da humus all’audacia esortativa dello “Yes, we can”. Una ventata di speranza e di travolgente suggestione, che il sorriso rassicurante di Madiba ha spinto lontano, al di là dell’Oceano, fino a raggiungere intere generazioni di fratelli. Per dar vita al fatto più rivoluzionario di questo inizio millennio: Barack Obama, il primo presidente afroamericano insediato a Washington nella White House.
Dal buio delle miniere, tra il nero dei vagoni di carbone, i diamanti sono venuti alla luce. Le loro mille sfaccettature sono attraversate dai raggi di una nuova alba, rifratti nei colori di una comunità ritrovata, che vuole riconoscersi nella dimensione di “nazione arcobaleno”. La strada dinanzi alla gazzella è ancora lunga. E mentre dagli spalti si soffia fino allo spasimo nelle vuvuzelas, per impaurire e tener lontano il leone, una segreta speranza prende corpo nel Paese.

La Coppa del Mondo, in Africa, consegnata ai vincitori dalle mani di un passato che ringiovanisce nel futuro. E nel cerchio infinito della vita si fonde in unico e avvincente percorso. Quello lungo il quale i passi appesantiti del presidente emerito Mandela tornano ad essere agili e decisi nella gambe più snelle e negli scatti da cestista del presidente Obama. E’ ancora l’audacia di una speranza, Ed è virtuosamente contagiosa!

 

di Antonio V. Gelormini

(Capitanata.it)

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