Il piano di sviluppo di molte società fintech tra cui Opyn (ex BorsadelCredito.it) si sta articolando sempre di più secondo i dettami dell’open innovation e dell’open finance. Ecco perché la via dell’apertura è l’unica possibile

 

Milano – Open innovation, open banking, open finance, in definitiva open business. Sembrano slogan, ma non lo sono: sono i nomi che si danno al modo in cui oggi si fa impresa, in ambito finanziario e in ogni settore merceologico. Ogni progetto, idea, piano di sviluppo deve essere all’insegna dell’apertura, della commistione, della collaborazione, per poter funzionare al meglio.

 

Quello dell’apertura è un concetto che mutua dall’informatica e precisamente da quella branca che viene definita “open source” e che si basa sulla convinzione che più persone collaborano allo sviluppo software, più è facile individuare eventuali bug di programmazione ed eliminarli. «Dato un numero sufficiente di occhi, tutti i bug vengono a galla» è la sintesi magistrale di questa idea (che troviamo nel saggio di Eric Steven Raymond “La cattedrale e il bazaar” ispirato alla storia del creatore del prodotto open source per eccellenza, Linux, firmato dall’informatico finlandese Linus Torvalds).

 

Questa è la cornice entro cui si stanno muovendo molte società fintech come Opyn, società leader italiana del marketplace lending alle pmi e abilitatore della digital trasformation per banche e altre corporate che vogliono offrire alla loro base di clienti business servizi finanziari interamente online, flessibili e modulabili.

 

Open finance: l’evoluzione definitiva dell’architettura aperta nel banking

 

Se l’idea di apertura si applica al business, quello che ne consegue è un mondo nuovo. Le locuzioni usate in apertura hanno significati scientifici precisi. Si parla di open innovation quando l’innovazione si fa in maniera collaborativa tra startup e big corporate: da un lato la tecnologia e la modalità snella e problem solving dell’azienda giovane; dall’altro la base di dati e l’expertise della grande azienda che però ha colli di bottiglia da eliminare per rendere più efficienti i processi.

 

L’open finance è l’open innovation applicata al settore finanziario e assicurativo, secondo la definizione della School of Management del Politecnico di Milano. Ed è un processo “che ha l’obiettivo di catturare tutte le opportunità di business derivanti dal ricorso a risorse (persone, idee, tecnologie) esterne all’azienda”. È un concetto che parte e amplia quello di open banking, per abbracciare e includere anche attori diversi dalle banche, ovvero startup, big tech, case auto, tetailer, utility.

 

L’open banking, a sua volta (prendiamo in prestito la definizione che ne dà Deloitte), è un framework che consente ai consumatori di condividere il contenuto delle proprie informazioni bancarie con terze parti, “abilitando nuovi modelli di business i quali espandono la generazione e la distribuzione del valore superando value chain integrate verticalmente con ecosistemi esterni”.

 

Normativa e tecnologie: le spinte verso ambienti sempre “open”

 

Sono due gli elementi alla base del nuovo mondo open. Il primo è senza dubbio la tecnologia, evoluta in contesti sempre più immateriali. Il cloud ha sostituito sempre più le infrastrutture fisiche: in cloud vengono attivati server, database, oggi persino sale riunioni virtuali e ambienti per meeting internazionali. La tecnologia nella sua più recente evoluzione rende semplice lo scambio di idee, di informazioni, di risorse.

Il secondo elemento è di tipo normativo e influisce in particolar modo in ambito finanziario. Il riferimento è chiaramente alla PSD2, la normativa europea che obbliga le banche a cedere i dati dei clienti a terze parti (se i clienti lo richiedono). Si tratta, a oggi, solo di un potenziale ancora inesploso – di fatto applicato solo all’aggregazione dei conti bancari, ma che può avere risvolti dirompenti a beneficio di chi riceve i servizi finanziari, se coltivato.

 

C’è dunque un terzo elemento da rafforzare per rendere l’approccio open realmente efficace e pervasivo ed è la cultura. Condividere idee, dati, persone, tecnologie non equivale a violare un segreto industriale, ma è un’opportunità. Quando questo sarà compreso a livello di ecosistema, sarà caduta l’ultima barriera a un mondo completamente e irrimediabilmente open.