IN TEMPI DI CRISI, COME MUORE UNA BIBLIOTECA

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San Severo, 27 dicembre. Una morte silenziosa, quella della biblioteca Felice Chirò. Una morte di quelle che procedono per allusioni: ogni giorno un passo verso lo sprofondo; poi la mannaia, asettica, professionale, del sipario. Dal 2 gennaio, i libri saranno messi in scatola come tonni per essere spediti chissà dove. O forse si sa: a Bari, probabilmente. Cosa volete che sia la fine di una biblioteca, in tempi di colera finanziario? potrebbe obiettare il pensatore in pigiama. Infatti: una biblioteca economico-giuridica efficiente, che onora il proprio nome e una città da nove anni, come minimo merita di essere chiusa. Così impara a fare bene il suo mestiere. Una sentenza della proprietà, cioè del Gruppo Veneto Banca, che nel 2010 assorbì la locale Banca Apulia, di cui la Chirò è emanazione. Chi scrive passa spesso lì davanti e ci entra di rado; le ampie porte affacciate su Corso Gramsci, la sera riflettono le lampade dei corridoi e della sala-lettura. Vicino qualche metro, c’è lo studio di un pittore. È uno spazio trasparente e laborioso: gente che lavora e che studia, disturbandosi il necessario. Ciò da gennaio non sarà più possibile. È un paradosso, ma la Chirò è stata condannata dalla sua efficienza: più di seimila utenti iscritti gratuitamente (6.029); più di cinquantamila opere in catalogo (53.616); più di ottantamila libri inventariati (81.340). Per tacere dei “prestiti interbibliotecari”, che vogliono dire collaborazioni proficue con altri enti culturali. Dati indiscutibili, quindi risultati; quelli garantiti da un buon servizio. Rimanendo nella legittima logica del profitto, non è profitto anche questo? Non è il prodotto di un impegno utile alla società? Di sicuro è un’anomalia per il nostro meridionalissimo sistema, allegro nel premiare demeriti e connivenze. Fa specie che non se ne tenga conto, a Montebelluna come a San Severo. Qui è l’intoppo: secondo i parametri di una banca, vale il rapporto costi-benefici. I primi non sembrano giustificare i secondi, almeno a sentire la campana che comanda: «Nelle intese nate dall’accordo tra Banca Apbeneto Banca nca Apuliaeolitoiùonnionta solotire la campana dell’dalea Chirò è stata condannata dalla sua efficienzaulia e Veneto Banca era prevista la creazione di una Fondazione Felice Chirò, di cui dovevano essere parte la famiglia Chirò e le principali istituzioni del territorio. Tale Fondazione si sarebbe dovuta far carico (sic, N. d. R.) della Biblioteca Chirò. Veneto Banca aveva l’impegno di finanziare la biblioteca per un triennio, cosa che sta puntualmente facendo». Poiché l’assorbimento di Banca Apulia risale a gennaio 2010, in teoria la biblioteca dovrebbe avere ossigeno per un altro anno. Il fatto che ciò non avvenga, chiama in causa l’erede di Felice Chirò, Vincenzo, al quale le sorti dell’istituzione dovrebbero stare a cuore. Un disaccordo aziendale, che il silenzio e la vaghezza delle due parti non aiutano a comprendere. Il comunicato del Gruppo non a caso contiene la locuzione «far carico», che dà la misura del disinteresse per una realtà che al territorio ha dato tanto. Chi parla di altre priorità davanti allo sconquasso monetario, è ideologicamente miope: la cultura non è astrazione, ma un insieme di strumenti che si applicano in concreto alla vita e al lavoro. Cioè all’economia. Non si può pensare una crescita economica scompagnata da quella culturale, come se si trattasse di fenomeni a sé stanti. Né si può concepire lo “sviluppo” economico di una terra mortificata nelle sue istanze intellettuali. Si tratta dei presupposti per avere un orizzonte, non di paccottiglia buona per una stagione.

Nella Chirò si è formata una generazione di studenti; anzi due, considerando il normale ciclo universitario: lì molti hanno preparato esami, tesi di laurea, concorsi. Persone che altrimenti avrebbero macinato chilometri per reperire testi e libri. Dispiace che tutto finisca per un atto unilaterale. Qui non eravamo abituati alla banalità delle cose che funzionano; a un soggetto privato che svolgesse una funzione pubblica, poi… Ecco perché la chiusura di una biblioteca è più di un problema di bilancio: è un pessimo segnale che la cosiddetta classe dirigente dà alla collettività. Le speranze di una soluzione positiva, sono affidate soprattutto agli sforzi dei  promotori del Comitato Pro-Biblio San Severo: Giuseppe Bruno, Josie Grossi, Leonardo Palumbo, GianMario Pisante Erika e Ilaria Salcone, Virgilio Tartaglia e Domenico Tricarico. Attivi su più fronti, hanno agitato le acque della rete per ampliare la protesta (http://www.facebook.com/groups/nochiusurachiro/), ottenendo subito molte adesioni; hanno sollecitato l’intervento dell’Amministrazione e delle autorità locali; hanno invitato i cittadini a sottoscrivere una petizione. Un risultato parziale è stato raggiunto: la convocazione di un consiglio comunale straordinario previsto per il 28 dicembre, nella speranza di impedire lo smantellamento del patrimonio librario, trovandogli un’altra casa.

La Chirò è stata una bella invenzione. Un’opportunità che i sanseveresi hanno colto e messo a frutto. Ma qualcuno vuole fargli credere che nove anni di produttiva normalità siano stati solo un bell’incidente.

Canio Mancuso

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