Oltre la giornata dell’8 marzo, Barbara Nappini: «Abbiamo bisogno di cambiare preposizione: non serve parlare di donne, quello lo fanno molto anche gli uomini, ma “da” donne»
«Nonostante molto lavoro sia stato fatto e si stia facendo, il femminile vive ancora una profonda situazione di iniquità in moltissimi settori. Nella gastronomia le donne, nei secoli, con poche risorse, hanno tramandato ricette straordinarie; tuttavia, con poche eccezioni, nelle classifiche dei migliori cuochi risultano ancora dietro agli uomini e lavorano spesso nelle retrovie. La situazione non migliora se usciamo dalle cucine per andare nei campi. Anche qui la forza lavoro femminile è sfruttata quanto e più degli uomini; inoltre, le donne si sobbarcano il carico familiare e sono sistematicamente esposte a molestie sessuali. Esse ricevono remunerazioni nettamente inferiori rispetto ai colleghi uomini, sono lontane dai ruoli apicali e decisionali, e in molte nazioni è impedito loro addirittura di possedere terreni» sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, per mettere subito in rilievo le problematiche su cui è necessario far luce e intervenire, in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Alcuni numeri per meglio inquadrare la situazione. A fronte di 7.200 euro medi annuali di guadagno dei braccianti, indipendentemente da età, cittadinanza, titolo di studio e territorio di residenza, le lavoratrici guadagnano circa 1.800 euro annui in meno (Osservatorio Placido Rizzotto). Secondo la Fao, meno del 15% dei proprietari di terreni agricoli nel mondo sono donne, mentre la percentuale scende al 10% nei Paesi arabi. Eppure, le donne rivestono un ruolo cruciale: nel continente africano, ad esempio, coltivano circa l’80% dei prodotti agricoli (Banca Mondiale). «Attraversare una qualsiasi porzione di campagna africana vi farà capire che cosa rappresentano le donne nell’economia agricola. Chinate nei campi, sembra non smettano mai di lavorare. Le donne sono il perno delle comunità del cibo e le custodi di cibi preziosi come i Presìdi Slow Food – dalla zucca di Lare in Kenya alle antiche varietà di riso in Indonesia –, e molte di loro si ritroveranno a Torino, in occasione di Terra Madre dal 24 al 28 settembre», puntualizza Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

 

La Banca Mondiale, in un recente studio, individua nel 17% la percentuale stimata della riduzione della fame nel mondo se ci fosse parità di accesso alla terra, mentre la Fao, indicando il 2026 come l’Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici, evidenzia che “ridurre le disuguaglianze di genere nell’agricoltura non è solo una questione di equità, ma una leva economica e sociale: colmare il gap ridurrebbe l’insicurezza alimentare per 45 milioni di persone e aumenterebbe il Pil globale di 1.000 miliardi di dollari”.

 

«Il cibo può e deve quindi essere strumento di emancipazione – continua Barbara Nappini –, capace di reinterpretare ruoli che la storia e la cultura ci hanno cucito addosso. Esercitare il diritto imprescindibile di esprimersi significa rompere il tetto di cristallo. Così il cibo si fa palcoscenico di dieci, cento, mille storie di emancipazione femminile». C’è un legame profondo tra cibo e pensiero femminile, inteso come leva di cambiamento, cura, cultura e sostenibilità. E lo dimostrano le numerose storie di donne che lavorano nella filiera alimentare. Esse sono riuscite a portare qualcosa in più, perché sono sempre dedite alla difesa della vita in tutte le sue forme. Hanno saputo innovarsi nel rispetto della terra, tant’è vero che in Italia il 50% gestisce attività multifunzionali (vendita diretta, agriturismo, trasformazione dei prodotti, fattoria didattica e sociale) e il 60% adotta approcci innovativi ecocompatibili come l’agricoltura biologica.

 

«Allora è doveroso, ogni giorno dell’anno – conclude Barbara Nappini –, problematizzare il ruolo delle donne in questi due settori centrali della nostra vita: l’agricoltura e la trasformazione del cibo. È doveroso dare voce alle migliaia di contadine, pastore, pescatrici, cuoche, artigiane, produttrici di vino e di qualsiasi altro prodotto, educatrici, giardiniere e imprenditrici che ogni giorno si impegnano per aumentare la sicurezza alimentare e preservare risorse naturali, culture e saperi locali, non come azione utopica o romantica, ma come un percorso di sperimentazione concreta capace di portare innovazione in una prospettiva anche collettiva che guarda al futuro proattivamente e con fiducia».